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Archive for gennaio 2008

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Quando una quindicina di anni fa, iniziai a descrivere ed ad elogiare l’antico vitigno Nero d’Avola ed i vini di rango che ne derivavano, “u Calabrisi” chiamato così in dialetto, era ben lontano “dall’esplodere come fenomeno” ed era un vino apprezzato non da molti al di fuori dei confini regionali. Qualche anno dopo, nella Guida ai Migliori Vini di Sicilia che pubblicai nel 1999, ne menzionai otto in purezza e quarantacinque in blend, oggi la situazione è completamente cambiata, sono oltre cinquecento le aziende che imbottigliano Nero d’Avola, vengono prodotti, tra monovarietali e blend oltre un migliaio di etichette, e sono tanti purtroppo, i vini che riportando la dicitura Nero d’Avola “come specchietto per le allodole”,sono imbottigliati fuori dalla Sicilia. Per me è sicuramente un piacere, costatare che miei articoli e giudizi sul più nobile vitigno siciliano, sono riportati nei siti dei migliori produttori ( vedi alcuni es. 1 2 3) ed anche il sito ufficiale creato appositamente per la sua promozione comprende un mia presentazione del vitigno, ma ritengo che oggi, la verapriorità più che l’elogio critico o degustativo, sia un ‘altra, dopo l’impegno verso la selezione clonale, è necessario chiedere a gran voce che la produzione da questo vitigno sia tutelata e regolamenta, se non vogliamo permettere che dopo la crescita in termini di consensi e vendita, adesso si continui in modo indiscriminato a svilirne il prestigio.

Per la stesura delle schede della Guida dei Vini Buoni d’Italia 2008, Nero D’avola in purezza, che mi piace chiamare “possibili” ne ho degustati più di un centinaio, ma come già ebbi modo di scrivere “la grandezza e la piacevolezza del vino è insita nella sua varietà e quindi nella sua diversità, la globalizzazione che è ormai entrata nel mondo del vino, ha portato inevitabilmente ad una omologazione delle produzioni, con una riduzione delle tipicità, questo fenomeno colpisce anche il Nero D’Avola, a causa della crescita esponenziale della produzione imbottigliata.I vini di nuova concezione, (tranne rari casi, Feudo Montoni, Gulfi, Benanti, Morgante, Donnafugata e pochi altri tutti ad onor del vero membri di Assovini Sicilia) ricordano sempre meno i loro padri, il grande Duca Enrico del 1987 ed i primi Rosso del Conte, e sempre più quelli di altre zone vinicole, sia per una scelta che porta ad un uso eccessivo del legno, o per un’iperconcentrazione che non dà né finezza né eleganza, vini che spesso esportati, diffondono nel mondo la terra d’origine, ma che in realtà esprimono ben poco delle loro vere radici”.

Purtroppo c’è anche di più, trovandomi al nord Italia o all’estero spesso mi capita di trovare bottiglie di Nero D’Avola con etichette mai viste, dai nomi spudoratamente “sicilianizzanti”, all’interno delle quali l’uva del nobile vitigno probabilmente non vi entrata neanche per 1%, per non parlare delle descrizioni organolettiche frutto dell’assaggio di questi prodotti, in vero spesso al limite della potabilità. Diciamolo francamente, per il bene della produzione siciliana, la presenza di questi vini non è più assolutamente tollerabile.

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Proprio perché da qualche anno, insieme con un amico laziale, soltanto per gioco, amicizia e divertimento, produco un vino composto per metà da uve siciliane e per metà laziali, che abbiamo scherzosamente definito ad “indicazione geografica molto tipica”, trovo assurdo che da più parti e con forza si ritorni a sostenere l’esigenza della nascita di un’Igt Italia, nella quale dovrebbero confluire vini prodotti con uve sia autoctone sia internazionali, provenienti dalle più lontane aree vinicole sparse nelle varie regioni italiche.
L’idea di legalizzare e disciplinare, ad esempio un vino Igt Italia Rosso costituito dall’unione di Nebbiolo, Cannonau e Sagrantino o da Cabernet di tre o quattro regioni a secondo dell’esigenza commerciale più che dalla fantasia dell’enologo di turno, mi sembra l’ennesima stoccata per far perdere ulteriore identità territoriale al vino

Non è certamente una giustificazione valida, il fatto che la Francia con la denominazione “Vignobles de France”, e la Spagna con “Viñedos de Espana”, hanno scelto il percorso del gran contenitore, che sarà forse utile ad aumentare le esportazioni, ma a mio modo di vedere non porta benefici alla qualità enologica e può essere causa di un ritorno d’immagine non del tutto positivo per tutti i vini di questi paesi. Chi continua a spingere verso la creazione dell’Igt Italia lo fa allo scopo di poter maggiormente competere con le produzioni di paesi emergenti, che continuano a conquistare fette di mercato nel mondo, ma nel contempo farebbe bene a preoccuparsi dell’intera credibilità enologica del nostro paese, l’interesse di tutelare i “vini industriali” non deve creare danno alle produzioni di qualità.

Sia le soluzioni che prevedono Igt da vitigni autoctoni o solo da vitigni alloctoni, sono discutibili. La prima dovrebbe essere un miscuglio d’uve diverse proveniente da qualsivoglia regione, ma solo alcune uve autoctone sono diffuse su tutto il territorio nazionale, la maggior parte sono soltanto presenti in alcune specifiche regioni ed in queste esprimono tutte le loro compiute caratteristiche con uno stretto legame con la zona d’elezione, quindi come dare un carattere nazionale ad un vino le cui uve sono proprie, come spesso avviene, addirittura di una sola provincia. La seconda soluzione, unica praticabile, sarebbe comunque estremamente riduttiva per il marchio Italia, ovvero un Igt da uve internazionali, creata per esprimere l’italianità del vino, diciamola tutta, sarebbe un vero e proprio falso.

Adesso si propone l’idea di un sapiente mix, qualunque uva di qualunque regione per creare un unico calderone Igt Italia, in grado di coniugare flessibilità produttiva, prezzo più competitivo e marketing immediato e connotabile. Non sono per nulla daccordo, credo che sarebbe decisamente meglio e più utile, ridurre le Igt regionali, magari ad una per regione, rendendole rappresentative di un territorio e del “Made in Italy del vino”, e portandole ad essere bandiera competitiva sui mercati mondiali con il logo regione-Italia, e non snaturando quindi, completamente il concetto d’origine del vino.

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Un dilemma spesso vede pareri contrapposti tra tanti appassionati, è meglio il vino elevato in grandi botti, in barriques, o addirittura fatto con i chips ? Sicuramente la risposta adeguata spesso dipende dalla tipologia del vino in questione, ma è sintomatico che da qualche tempo, gli acquisti di barriques dalle tonnelleries d’Oltralpe da parte di aziende italiane sono in netto calo, voglio sperare a causa della riscoperta ed del ritorno all’affinamento dei vini italiani in tonneaux da 750 e 1000 litri, piuttosto che ad un boom degli acquisti di chips. Le cause di questo ripensamento da parte dei produttori sono molteplici, ma una tra le più evidenti è che il vino “barriccato” non ha più quel trend di elevato consumo del quale ha goduto fino a qualche anno fa.

Il vero problema è però, che spesso al consumatore non è chiaro a che categoria di affinamento appartegono taluni vini. Per cercare di fare chiarezza, presso l’’Ecole d’Ingénieurs di Changins in Svizzera, è stato creato un metodo di analisi che dovrebbe consentire di distinguere i vini che hanno svolto un affinamento in barriques e smascherare con certezza quelli elaborati ed affinati in modo economico con i chips o trucioli.
La ricerca scientifica prende in considerazione la diversa natura e composizione dei composti chiamati “empireumatici” che si sviluppano sia durante il processo di riscaldamento e di tostatura del legno destinato alle barriques, sia dei piccoli pezzetti di legno che costituiscono i trucioli. Diverse molecole sono state identificate ed analizzate, evidenziando come esistano due diverse categorie di vini, sia bianchi che rossi, definite dalla presenza maggiore o minore di questi composti: i vini affinati in barriques ed i vini nei quali sono stati utilizzati i chips. Queste differenze sono determinate dal tipo di effetto che è diverso nel caso del legno che costituisce i chips rispetto alle barriques, in quanto i piccoli pezzettini di legno hanno spessore e superficie decisamente ridotte.

Spesso degustando mi è apparso chiaro, che non è affatto scontato che un vino prodotto con i trucioli non possa essere interessante o semplicemente gradevole, il problema è che potrebbe nel tempo non essere così longevo, come magari si aspetterebbe l’attento acquirente, nel caso ad esempio avesse comprato un Barolo o un Brunello, piuttosto che un rinomato Super Tuscan. A mio modo di vedere in etichetta dovrebbe essere sempre esposto il reale metodo di affinamento del vino, andrebbero quindi approvate precise norme che impongano alle aziende di dichiarare, in etichetta appunto, l’utilizzo dei chips, così come avviene ad esempio già per i solfiti. Questo impedirebbe, come spesso mi capita di leggere in retroetichetta in alcuni vini “del falegname”, voli pindarici ed improbabili diciture del tipo “affinato 14 mesi in barriques di Troncais e Allier di primo passaggio”, vini che dopo qualche anno crollano e diventano imbevibili. Conclusione: bellissime descrizioni, ma affermare una cosa per un’altra é frode alimentare, e per la legge italiana è un reato punibile.

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