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Un dilemma spesso vede pareri contrapposti tra tanti appassionati, è meglio il vino elevato in grandi botti, in barriques, o addirittura fatto con i chips ? Sicuramente la risposta adeguata spesso dipende dalla tipologia del vino in questione, ma è sintomatico che da qualche tempo, gli acquisti di barriques dalle tonnelleries d’Oltralpe da parte di aziende italiane sono in netto calo, voglio sperare a causa della riscoperta ed del ritorno all’affinamento dei vini italiani in tonneaux da 750 e 1000 litri, piuttosto che ad un boom degli acquisti di chips. Le cause di questo ripensamento da parte dei produttori sono molteplici, ma una tra le più evidenti è che il vino “barriccato” non ha più quel trend di elevato consumo del quale ha goduto fino a qualche anno fa.

Il vero problema è però, che spesso al consumatore non è chiaro a che categoria di affinamento appartegono taluni vini. Per cercare di fare chiarezza, presso l’’Ecole d’Ingénieurs di Changins in Svizzera, è stato creato un metodo di analisi che dovrebbe consentire di distinguere i vini che hanno svolto un affinamento in barriques e smascherare con certezza quelli elaborati ed affinati in modo economico con i chips o trucioli.
La ricerca scientifica prende in considerazione la diversa natura e composizione dei composti chiamati “empireumatici” che si sviluppano sia durante il processo di riscaldamento e di tostatura del legno destinato alle barriques, sia dei piccoli pezzetti di legno che costituiscono i trucioli. Diverse molecole sono state identificate ed analizzate, evidenziando come esistano due diverse categorie di vini, sia bianchi che rossi, definite dalla presenza maggiore o minore di questi composti: i vini affinati in barriques ed i vini nei quali sono stati utilizzati i chips. Queste differenze sono determinate dal tipo di effetto che è diverso nel caso del legno che costituisce i chips rispetto alle barriques, in quanto i piccoli pezzettini di legno hanno spessore e superficie decisamente ridotte.

Spesso degustando mi è apparso chiaro, che non è affatto scontato che un vino prodotto con i trucioli non possa essere interessante o semplicemente gradevole, il problema è che potrebbe nel tempo non essere così longevo, come magari si aspetterebbe l’attento acquirente, nel caso ad esempio avesse comprato un Barolo o un Brunello, piuttosto che un rinomato Super Tuscan. A mio modo di vedere in etichetta dovrebbe essere sempre esposto il reale metodo di affinamento del vino, andrebbero quindi approvate precise norme che impongano alle aziende di dichiarare, in etichetta appunto, l’utilizzo dei chips, così come avviene ad esempio già per i solfiti. Questo impedirebbe, come spesso mi capita di leggere in retroetichetta in alcuni vini “del falegname”, voli pindarici ed improbabili diciture del tipo “affinato 14 mesi in barriques di Troncais e Allier di primo passaggio”, vini che dopo qualche anno crollano e diventano imbevibili. Conclusione: bellissime descrizioni, ma affermare una cosa per un’altra é frode alimentare, e per la legge italiana è un reato punibile.

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