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Archive for febbraio 2011

E’ stato davvero un evento interessante l’approfondimento sul vitigno principe siciliano Nero d’Avola della delegazione Ais Palermo Città di Lunedì 21 Febbraio. Quattro importanti produttori di Nero d’Avola “vero” riuniti insieme per approfondire le tematiche riguardanti il vitigno attraverso i loro racconti pieni di passione per la loro terra ed il loro vino, hanno catalizzato l’attenzione della stampa, dei  tanti Sommeliers ed appassionati che hanno riempito il salone del tasting. Quattro produttori che stimo, quattro storie diverse ma ognuna espressione limpida di un modo genuino di fare vino:  Carmelo Bonetta del Baglio del Cristo di Campobello, Giacomo Funaro dell’azienda Agricola Funaro, Pierpaolo Messina di Marabino e Fabio Sireci di Feudo Montoni. Tanti i temi importanti affrontati nel corso dell’incontro fra i quali: la particolarità dei terreni d’elezione del Nero d’Avola, la propagazione del vitigno da antiche piante madri, la produzione in coltura biologica e biodinamica, l’ottima qualità dell’uva ottenuta in vigna ed i processi di vinificazione e affinamento del vino resi meno invasivi per rimarcare in bottiglia la riconoscibilità e le caratteristiche primarie del vitigno.

Il Nero d’Avola è prodotto in tutte le zone dell’isola,  Agrigento è la provincia più vitata con oltre 6.000 ettari su un totale di 19.500. Che la grandezza del vino sia insita nella sua varietà e quindi nella sua diversità è ormai evidente, la globalizzazione che ha invaso il mondo del vino ha portato ad un aumento della qualità media ma anche ad una inevitabilmente omologazione delle produzioni, con una riduzione delle tipicità. Il  Nero D’Avola è certamente tra i vitigni che più ha sofferto di questi effetti a causa della crescita repentina in pochi anni della produzione imbottigliata. Oggi è quanto mai difficile districarsi nella miriade di etichette con la dicitura Nero d’Avola, alcune di indubbia medio-scarsa qualità, proposte nella G.D. O. a prezzi davvero bassi ( da 0,70 a 1,50 a bottiglia) spesso si trovano al Nord Italia o all’estero e recano nomi “sicilianizzanti”, all’interno delle bottiglie l’uva Nero d’Avola è presente in modeste percentuali unita per lo più a vitigni internazionali. 

Una serie d’immagini, riguardanti i vigneti e la storia personale di ogni produttore, hanno dato l’impunt all’approfondimento delle quattro differenti realtà e dei quattro Nero d’Avola scelti. Carmelo Bonetta racconta, con l’entusiasmo che lo contraddistingue l’impegno della sua famiglia di vignaioli nel perseguire la qualità e l’affermazione dell’azienda. “Lu Patri” 2008 del Baglio del Cristo di Campobello (Ag) è stato il primo vino assaggiato, il suo nome è esplicativo del valore che il Nero d’Avola ha per l’azienda. Nasce su terreno profondo, misto calcareo e gessoso, di giacitura collinare, tra i 230 e i 270 metri s.l.m., vinificato con lieviti indigeni, compie macerazione sulle bucce di circa 18 giorni e matura 14 mesi in barriques (1/3 nuove). E’ incantevole rubino, sprigiona profumi di rosa canina, freschi sentori di piccoli frutti rossi, ciliegie e successivamente cannella, cioccolato, note balsamiche. In bocca è un susseguirsi di calore e sferzante acidità e ritorno del frutto carnoso.

Giacomo Funaro parla della sua vigna estesa per 50 ettari tra Salemi e Santa Ninfa nella provincia di Trapani, della nuova cantina appena ultimata, dell’Omnis 2006 prima annata per il vino di punta dell’azienda. Le uve selezionate sono vinificate con macerazione di circa 12 giorni ad una temperatura di 24-26°C., a fermentazione malolattica svolta la maturazione prosegue in barriques per 12 mesi. Omnis Funaro nel bicchiere è rosso rubino intenso, rapisce il naso con tipici sentori di amarena, mora, pepe nero, cuoio e liquirizia che ben si integrano con leggere note vanigliate e tostate. Al palato risulta ancora di buon nerbo acido, avvolgente, con tannini morbidi e giustamente equilibrati.

Che Pierpaolo Messina sia un giovane schietto produttore con il pallino della qualità è ormai noto ai più attenti, ma anche chi non lo conosce personalmente sentendolo esporre la sua filosofia biologica e biodinamica  ne resta affascinato. Racconta delle cure biologiche in vigna, dell’alberello pachinese detto “Impupato”, della macchina per le preparazioni biodinamiche, della vecchia vigna di quarant’anni dell’Archimede Marabino (Sr) che vede al suo interno alcuni ceppi reliquie di vitigni scomparsi ( Barbarossa, Racina di Ventu). L’Archimede Marabino 2007 è Doc Eloro Riserva Pachino, dal bel colore rubino ha un naso di frutta fresca distinta e nitida, amarena, mirtillo, una componente balsamico speziata. In bocca ha un bel ritorno del frutto unito ad intriganti sensazioni minerali.

Fabio Sireci parla della sua isola felice, Feudo Montoni, del suo vigneto di oltre 70 anni e delle sue piante selvatiche innestate con marze antiche, la particolarità di Feudo Montoni è che attorno ad esso non c’è altra vite per un raggio di 15 km, si è creata naturalmente una camera sterile, il clone Feudo Montoni ha avuto la possibilità di rimanere unico e non andare in ibridazione genetica durante l’allegagione, tutto il terreno seminativo attorno lo ha protetto. La “Selezione Vrucara” di Feudo Montoni (Ag) 2007 mostra tutta la sua tipicità, colore rosso rubino, al naso è intenso con petali di rosa essiccate, sentori di frutti di sottobosco, ribes, mora e ciliegia, speziatura, note di vaniglia, cioccolato e liquirizia. In bocca evidenzia un bel calore, con eleganti  tannini morbidi, chiusura frutto e mineralità.

Tutte le immagini dell’evento QUI

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A volte mi capita di pensare che sull’esistenza di realtà vinicole straordinariamente interessanti, su talune caratteristiche di pregio tipiche di alcuni vini, su uomini veri come i vini che producono, forse sarebbe meglio non accendere troppo i riflettori e preservare il loro modo semplice di fare vino legato, ad esempio, alla coltura biodinamica ed alla naturale proposizione del frutto che una zona vinicola riesce a donare. Forse sarebbe meglio fare finta che non esistano per preservarli dalla nascita di spregevoli cloni. Come spesso capita, ricevo un campione di vino dalla presentazione mirabolante, la brochure descrive di un vino prodotto da uve allevate in regime biologico e biodinamico, un vino “naturale” prodotto nel rispetto della natura, nel quale l’anidride solforosa è ridotta al minimo ed il vitigno autoctono dal quale deriva raggiunge un’elevata tipicità. Non importa di che etichetta si tratta, vi dirò soltanto che è un I.G.T. da uve Primitivo.

All’assaggio non presenta alcuna caratteristica legata alla produzione biodinamica, né alla riduzione significativa d’anidride solforosa e cosa ancor più indisponente di caratteristiche di tipicità del vitigno Primitivo neanche l’ombra, sembra un mix di varie uve nel quale il Cabernet è ben evidente. E’ uno dei tanti esempi di vini che cavalcano l’onda della moda dei vini naturali e di territorio per piazzare qualche bottiglia in più, ma la cavalcano solo sulla carta non cercando neanche di dare al vino la benché minima parvenza di ciò che comunicano. Il bicchiere in questi casi si rompe. Magari, questo vino senza tutte quelle panzane che l’azienda afferma, l’avrei definito anche piacevolmente bevibile ma francamente il raggiro al consumatore è inaccettabile. La moda di spacciare il proprio vino per naturale dilaga sempre di più e si espande, la mentalità “fuori dal coro” sta diventando un “coro organizzato” che rischia di far perdere identità al concetto di “vino naturale” e ciò avviene solo ed esclusivamente per fini commerciali, una speculazione che calpesta chi s’impegna seriamente in un difficile percorso qualitativo d’unicità. Di quest’etichetta non vi parlo, non né vale la pena.

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