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Archive for dicembre 2007

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In questi giorni, gli ennesimi assaggi positivi di alcuni vini del 2002, nella fattispecie uno tra i più noti Supertuscan, ed un Nero di Troia sorprendente, mi hanno fatto venire in mente, che invece secondo i pareri di autorevoli colleghi incontrati in vari concorsi e tasting, l’annata vinicola 2002 denominata benevolmente come “annata diversa” è ritenuta come annata decisamente sottotono, ed è stata definita “di pioggia” nella maggior parte delle zone vinicole italiane, da quella del Brunello di Montalcino, a quella di Barolo e La Morra, ad ampie zone del Veneto, passando per l’Umbria, la Campania e la Puglia.

La “comunicazione del vino” ha dunque già decretato, forse prima del tempo aggiungo io, che i grandi vini storici di lungo invecchiamento di quest’annata hanno minor potenziale rispetto a vini di annate precedenti, ma adesso riprendendo qualche bottiglia ed assaggiandola, non è così certo questo convincimento. Non sono mai a favore dei giudizi senza appello, figuriamoci se poi si parla di una materia viva e così mutevole come il vino. In quest’ultimi anni, il modo di giudicare vini ed annate è stato iperbolico, con giudizi sulle vendemmie che vanno da cinque stelle galattiche, a raccolti estremamente mediocri, al limite della qualità in bottiglia. A mio parere il 2002 è stata un’annata certamente difficile, ma la vera realtà è che ogni regione, ed in particolare ogni singola microzona ha reagito in maniera differente alle varie avversità temporali, ed i produttori in alcuni casi, sono riusciti a portare in bottiglia comunque prodotti eccellenti.

Qualche esempio che mi sovviene: ho degustato dei Barolo base 2002 di tutto rispetto, meritevoli di lode, grandi vini toscani dell’annata ‘ 02 messi a confronto con quelli dell’annata ‘ 03, hanno evidenziato una minor concentrazione di colore e di sostanze estrattive, ma certamente maggior equilibrio e finezza. In Puglia è stato davvero un anno di piogge torrenziali, ma i vini che ne sono venuti fuori, vuoi per i particolari parametri enotecnici delle uve, vuoi per il lavoro svolto in cantina da parte di qualificati ed attenti enologi, sono risultati essere veramente interessanti. Sicuramente vini di elevato livello qualitativo hanno espresso il Trentino, la Valtellina e la Sicilia.

Per ogni singola denominazione che si voglia prendere in considerazione, i profumi, i sentori gustativi e la qualità generale del vino sono determinati da molteplici fattori: il tipo di terreno, l’esposizione dei vigneti, i tempi di vendemmia, la lavorazione in cantina, oltre ovviamente la qualità delle uve. Ebbene mi è capitato in quest’ultimo periodo di bere addirittura delle riserve di alcune Docg e Doc targate 2002, decisamente superiori a quelle del 2003, ed allora come la mettiamo ?. E’ sempre meglio assaggiarli davvero bene i vini, prima di parlarne (soprattutto se male).

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deg-vino-siciliano.jpgSempre più spesso ed in occasioni più disparate, sia in ambienti di settore che non, mi sento ripetere;” il vino siciliano, sempre un po’ tipicamente grasso”, generalizzando e banalizzando, dove il termine “tipico” è spesso usato non per indicare una caratterizzazione positiva, ma ingiustamente, una dozzinale diversità isolana .Non tutto il vino siciliano, per fortuna oggi, esprime quei canoni monotematici che frullano nella mente sia di colleghi, che di semplici appassionati, i quali si approcciano alla bottiglia siciliana già prevenuti, pronti a trovare nel bicchiere, vini opulenti, ridondanti, di gran colore, gran consistenza, elevato tenore alcolico, spesso con legno profuso, nei quali la finezza ed eleganza sono da ricercare con il lumicino. Questa idea è molto diffusa, e riguarda anche alcuni dei più importanti “winewriter”, l’ultimo episodio che mi è capitato a Roma in occasione di un importante tasting, durante il quale mi sono sentito ripetere la solita tiritera, condita inoltre da quest’affermazione:” la Sicilia ha fatto grandi passi avanti, i vini si premiano, ma sono tutti troppo tipicamente simili”, mi ha spinto ad affrontare questo complesso argomento. 

Se per tipicità intendiamo un carattere determinativo ed unico del prodotto siciliano, che ben venga quest’ attribuzione, che non la si confonda però, con rudezza e dozzinalità, che sono pur ancora presenti in taluni vini isolani, ma che certo non rappresentano la tipicità, intesa come caraterizzazione del prodotto di questa terra. 

La prima considerazioni che mi piace fare sulla peculiarità della viticoltura siciliana, è che essa è in gran parte determinata dalla gran luminosità solare di una terra vocata da millenni alla vigna, dalle condizioni climatiche straordinarie, che consentono la produzione d’uve dai parametri enotecnici d’eccellenza. D’altronde, la Sicilia del vino è un continente, la vendemmia dura oltre tre mesi, comincia a primi d’Agosto nelle province più occidentali con l’uva bianca, poi continua a Settembre per le varietà d’uva a bacca rossa, fino ad Ottobre, a volte anche ai primi di Novembre, per raccogliere l’uva che nasce sull’Etna. Sono presenti grandi differenze tra un terroir e l’altro, tanti micro-climi, le pianure, le colline, la montagna, le escursioni termiche, la vicinanza del mare, il 80% delle varietà sono autoctone, soltanto il 20% alloctone, e numerose varietà fenotipiche sviluppate localmente, consentono di ottenere risultati eccellenti e sempre originali.    E’ impossibile, dunque  a mio parere, che indipendentemente dal vitigno i prodotti d’eccellenza abbiano caratteristiche assimilabili tra loro e connotabili in una tipicità globale siciliana. La globalizzazione è ormai entrata anche nel mondo del vino portando inevitabilmente un appiattimento delle produzioni, la grandezza del vino sta nella sua varietà e nella sua diversità, caratteristiche che ritroviamo nella sempre più ampia fascia di vino siciliano d’eccellenza. 

Il rinnovamento enologico siciliano, si è compiuto con l’iniziale adozione dello stile internazionale, personaggi del calibro di Carlo Corino e Giacomo Tachis, hanno messo in campo le loro grandi esperienze, il primo per aver a lungo lavorato in Australia, in una zona di viticoltura da clima caldo, grande esperto di maturazioni fenoliche ed aromatiche e dell’ utilizzo dei piccoli legni, il secondo chiamato ad operare dall’Istituto Regionale della Vite e del Vino, ha dato la spinta decisiva per il rinnovamento qualitativo della produzione vinicola della Sicilia. Si sono impiantate le varietà internazionali Cabernet, Merlot, Syrah, Chardonnay, dando vini di grande struttura, ma finalmente anche di grande equilibrio ed eleganza. I vitigni autoctoni, Nero d’Avola, Nerello Mascalese, Frappato, Grillo, Catarratto, Grecanico ed altri, hanno iniziato a dare vini equilibrati di frutto e morbidezza. Onore quindi ai vitigni internazionali che hanno consentito alle aziende siciliane di presentarsi alla ribalta mondiale con risultati eccellenti, ma adesso è giunto il momento della rivalorizzazione dei vitigni autoctoni e delle equilibrate sperimentazioni in blend, parte importante del nuovo modo di fare vino di qualità in Sicilia
La nuova tendenza della produzione non è quella dei vini iperstrutturati, da masticare, ma bensì la ricerca d’eleganza, finezza e personalità, in vini vini” ossia  autoctoni o blend bordolesi corretti con l’inserimento di autoctoni, con quest’ultimi particolarmente ricercati dal mercato mondiale. Oggi è impossibile, dunque, connotare il vino Siciliano in un unico parametro, essendo così variegato e diverso proprio in quello di gran qualità, frutto di scrupoloso lavoro che è giusto riconoscere a pieno titolo, e non svilire con affermazioni datate e superate.

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