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Sempre più spesso mi piace parlare di vini non noti ovvero di quelli che mi danno l’opportunità di esercitare il compito che più mi entusiasma: scoprire e proporre prodotti che nascono e vivono per l’amore di chi li produce.

Incontro Agostino Sangiorgio produttore siciliano del comprensorio dell’Etna, che con passione e spirito di tradizione porta avanti la produzione d’uve Nerello Mascalese ed Alicante, la sua famiglia dal lontano 1807 coltiva vigneti intorno ai 750 mt. s.l.m. nel territorio di Biancavilla (CT). Nei due ettari di proprietà l’ultimo reimpianto, mi racconta, è avvenuto ad opera del padre nel 1973, le piante di Nerello Mascalese e d’Alicante settemila ceppi per ettaro sono state messe a dimora una dietro l’altra senza un ordine preciso, ecco perché le uve delle due varietà una volta raccolte compongono il “Granaccio” il vino che produce e che prende il nome da “Granache” il nome francese dell’Alicante. La prima annata di produzione in bottiglia è stata la 2007 per un totale di cinquemila pezzi, qualche migliaio in più saranno per la 2008. Mi piace molto la particolare etichetta, che è nata per caso ed è composta dall’antica scrittura dell’atto di vendita dei terreni alla famiglia Sangiorgio.  

Le importanti caratteristiche morfologiche del terreno da cui nasce il vino influiscono non poco in bottiglia, sono in parte di sabbia vulcanica ricca di ferro e potassio ed  in parte di formazione mista calcarea argillosa ricca di scheletro, il vino è ottenuto con criomacerazione a 2-3° e successiva macerazione a temperatura più alta, ed è affinato in acciaio per circa 8 mesi.

Il Granaccio annata 2007 nel bicchiere ha un colore rosso rubino scarico e trasparente, ha un naso d’efficace piacevolezza, frutta rossa, macchia mediterranea, tabacco e note minerali. In bocca l’appena accennata morbidezza lascia spazio alla freschezza del frutto ed alla mineralità, il tannino ancora da levigarsi accompagna un finale di bell’integrità. Mi è piaciuto nella sua lineare semplicità, il Nerello e l’Alicante si rincorrono e si susseguono, mostra un carattere proprio che lo rende interessante, godibile.

Infine mi piace sottolineare che Agostino Sangiorgio per il piacere della propria memoria storica gusto-olfattica produce ancora solo per se stesso dalle stesse uve un vino con un metodo antico, lo ottiene da un vecchio palmento affinandolo in antiche botti. In modo intimo me lo presenta in una bottiglia non etichettata, mi chiede di non giudicarlo organoletticamente ma di apprezzarne il piacere della tradizione che i suoi sentori evocano. Qui il degustatore non affonda, resta ammirato dalla poesia enologica.

Tra le novità che stanno avendo più successo  del nuovo “Borsino del Vino” c’è l’inserto Curiosità, all’interno del quale rispondiamo ad alcuni dei quesiti che i telespettattori hanno inviato alla nostra redazione tramite l’indirizzo email borsinodelvino@email.it.

Dopo aver affrontato nelle varie puntate le temperature di servizio dei Vini bianchi, dei Vini Rossi, le caratteristiche ideali della cantina in cui conservare le proprie bottiglie di vino, l’ultimo inserto curiosità parla della corretta apertura della bottiglia di vino. La spiegazione dei vari passaggi è supportata dalle immaggini dell’apertura della bottiglia effettuata da Franco Alsemo titolare dell’enoteca Passioni di Vino a Palermo.

Tutte le email che arrivano dimostrano da parte dei consumatori l’interesse sempre più crescente verso l’approfondimento dell’universo vino, dalle semplici problematiche di tutti i giorni che si dimostrano fondamentali per la piacevolezza dell’assaggio fino alla conoscenza delle caratteristiche dei vari vitigni dei diversi territori dell’intero paese.

Puntata del 13 Novembre 2009: Prosecco di Valdobbiadene Cà Bertaldo – Verdelicia 2008 Funaro

borsino del vino logo 2Il ” Borsino del Vino” la rubrica che conduco con l’amico Filippo Barbiera riprende con alcune importanti novità, la nuove edizione riguarderà non solo i vini siciliani ma anche quelli dell’intero terrritorio nazionale, in ogni puntata saranno proposti due vini  scelti tra quelli di sicura qualità e dal buon rapporto qualità prezzo. Alla fine di ogni trasmissione sarà presente un nuovo spazio chiamato “Curiosità” nel quale tratteremo alcuni argomenti per rispondere a tutte quelle domande che i telespettatori nel corso delle precedenti puntate ci hanno inviato attraverso il nostro indirizzo email borsinodelvino@email.it .

Puntata del 6 Novembre 2009: Benedè 2008 Alessandro di Camporeale – Le Cupole 2005 Tenuta di Trinoro

Puntata:del 30 ottobre 2009

 Prima puntata della nuova edizione:

etichetta artisti avide blogNel variegato mondo del vino in cui le campagne pubblicitarie sono talvolta di infima qualità, mi fa particolarmente piacere rilevare un’iniziativa che sensibilizza i consumatori verso l’arte figurativa e la poesia. L’efficace idea denominata “Territori: Arte, Parole e Vino”, ha permesso di far nascere eleganti e particolari etichette le quali riproducono opere d’arte,  ad ogni dipinto inoltre si affianca un pensiero inerente al vino scritto dalla penna di uno scrittore o di un poeta. L’iniziativa è nata da un’idea di Giuseppe Zingales dell’Hostaria Cycas di Castelbuono, il progetto è stato condiviso da Michele Di Donato e Marco Calcaterra dell’azienda vinicola Avide di Comiso provincia di Ragusa, dalla galleria d’arte  Studio 71 di Palermo e da Filippo Lupo, presidente del Camilleri Fans Club. 

 La Casa vinicola Avide di Comiso realizzerà, con una tiratura limitata di 4000 bottiglie, una serie di 12 etichette che vestiranno il Cerasuolo di Vittoria “Barocco” DOC (2000 bottiglie) e l’Insolia DOC “Riflessi di Sole” (2000 bottiglie), ogni bottiglia sarà corredata da un catalogo in cui saranno riprodotte tutte le etichette. Tra gli artisti che hanno realizzato le opere e gli scritti vi sono personaggi illustri: i dipinti sono di Antonella Affronti, Luciana Anelli, Aurelio Caruso, Orazio D’Emanuele, Pippo Giambanco, Gilda Gubiotti, Paolo Malfanti, Franco Nocera, Antonino G. Perricone, Salvatore Provino, Turi Sottile, Giusto Sucato.  Gli autori che hanno dato il loro contributo al progetto sono: Roberto Alajmo, Giacomo Cacciatore, Andrea Camilleri, Davide Camarrone, Giancarlo De Cataldo, Piergiorgio Di Cara, Marcello Fois, Valentina Gebbia, Aldo Gerbino, Carlo Lucarelli,  Rita Piangerelli, Santo Piazzese.

etichetta avide Barocco CAMILLERI blog

etichetta avide Barocco ALAJMO blog

L’iniziativa sarà presentata Domenica 25 ottobre 2009 alle 10:30 a Castelbuono, nella Sala del Principe del Castello comunale dei Ventimiglia, con la collaborazione del Museo Civico di Castelbuono, altre tre presentazioni dell’iniziativa saranno esposte a Roma, Bologna e Ragusa.
Le bottiglie dell’intera collezione attraverso la casa vinicola Avide contribuiranno alle iniziative sociali legate al progetto Wine for Life, un’iniziativa della Comunità di Sant’Egidio che lega stabilmente per la prima volta il gran vino di qualità alla salvezza di un grande continente come l’Africa, dove più di 25 milioni di persone hanno già il virus HIV e 14 milioni di bambini sono orfani a causa dell’ AIDS.

cous cous blog copiaL’Italia è il vincitore della 12sima edizione del Cous Cous Fest di San Vito Lo Capo nel trapanese. Con una superba ricetta di cous cous di pesce con finocchietto selvatico, gli chef sanvitesi Giuseppe Favaloro e Vincenzo Caradonna con il torinese Enrico Bricarello hanno vinto il premio offerto dal Banco di Sicilia e attribuito dalla giuria tecnica guidata da Edoardo Raspelli. Secondo il giudizio di dieci giornalisti internazionali, il piatto italiano è stato apprezzato per la semplicità, la linearità ed un’esecuzione che ha rispettato al meglio territorio e tradizione. Dopo ben sette anni l’Italia torna a vincere primeggiando su Costa d’Avorio, Francia, Marocco, Palestina, Senegal, Tunisia e Israele. Nel cous cous che ha vinto è stata al meglio rappresentata la tradizione più autentica nella cucina del piatto, preparato con il pesce e ingredienti siciliani come il finocchietto selvatico e le mandorle.

 WINE REALITY Web Tv: I colori del Cous Cous Fest 2009

 

 

Il Cous Cous Fest è il Festival internazionale dell’integrazione culturale, ha coinvolto a San Vito Lo Capo dal 22 al 27 settembre 2009 chef di formazioni assolutamente diverse tra loro, provenienti oltre che dall’area euro-mediterranea anche da altri paesi, per il trionfo del Cous Cous elemento di sintesi tra varie culture, simbolo d’apertura e contaminazione. Mi sono piaciuti quasi tutti i numerosi piatti che ho assaggiato, il cous cous si presta ai più disparati esperimenti, ma uno semplice nella sua composizione ma di straordinaria efficacia mi ha lasciato sensazioni, sapori ed odori che ancora persistono a distanza di tante ore nella bocca della memoria. Preparato da Pino Cuttaia, chef siciliano del ristorante “la Madia” di Licata, il Cous Cous al gambero rosso ha mostrato un equilibrio ed un’armonia di struttura che lasciava integri e singoli i sentori dei vari componenti, ma nello stesso tempo li avvolgeva in una combinazione vincente d’assoluto valore, nella quale il pistacchio di Raffadali svolgeva tutta la sua funzione di dolce aromaticità. Altro interessante piatto che mi piace sottolineare è una variante dolce del Cous Cous, preparato da Salvatore Cappello pasticciere palermitano, il quale da un paniere di prodotti provenienti dalla riserva naturale dello Zingaro, ha proposto un mix di sentori inebriante. Composto alla base dalla manna, da more, croccante di zucchero, cioccolato del Madagascar, ha riempito  il palato di dolcezza e di ruvidità data dallo strusciare sulla lingua e sul palato del cous cous. L’ho testato in abbinamento al Moscato di Siracusa dell’azienda agricola Nuzzo che perfettamente si integrava con la preparazione.

 Il villaggio gastronomico che si snoda per le vie del paese offre Cous Cous per tutti i gusti, una nuova interpretazione  per ogni paese del mediterraneo, quattro sono le “case del Cous Cous” dell’edizione di quest’anno: quella del Cous Cous sanvitese, del Cous Cous trapanese e del Maghreb, del Cous Cous del Mediterraneo e quella dei Cous Cous esotici nella casa dei Cous Cous dal mondo.  l’”Oasi del deserto”, come ogni anno area Vip in riva al mare del Cous Cous Fest è spazio di contaminazione dove atmosfere etniche e design moderno fanno da contorno ad una girandola di gusti e sapori.

etichetta bolg 2I produttori più attenti s’impegnano cercando il miglior terroir, il vitigno più adatto, le migliori tecniche di coltivazione e magari anche l’enologo di grido ma per vendere il vino, diciamocelo francamente, la giusta etichetta è fondamentale. Tutto questo era già ben noto, ma un famoso giornale di marketing il “Journal of Marketing Theory and Practice” lo conferma analizzando i due principali  segmenti di vendita: i vini di fascia alta hanno etichette eleganti, non troppo grandi nelle quali sono presenti le giuste informazioni che riguardano il vino, per i vini di fascia bassa si usano invece caratteri in grassetto e per lo più etichette dai colori vivaci. Da sempre sono convinto che la reale funzione dell’etichetta dovrebbe essere quella di aiutare l’acquirente sin dal primo impatto visivo a capire che prodotto si ha davanti e quindi a non incorrere in sventurati acquisti, dato che il colore ed il disegno hanno il potere di attrarre il nostro occhio e catturare la nostra attenzione sono in grado quindi di spostare la scelta verso una bottiglia piuttosto che un’altra. Moltissimi scelgono il vino in base al prezzo, alcuni lo comprano solo per la piacevolezza dell’etichetta, ma in realtà sono molti di più quelli che non comprano una bottiglia proprio perché trovano l’etichetta assolutamente sgradevole ed inadeguata al prodotto.

Il vero problema è che spesso i produttori affidano il vestito della propria bottiglia a grafici che non conoscono in generale il mondo del vino e cosa ancora più grave non conoscono per niente le caratteristiche del prodotto da vestire. L’etichetta deve assolvere ad una primaria funzione, deve riuscire ad avere un giusta efficacia comunicativa ovvero attraverso la sua composizione cromatica deve trasmettere immediatamente al consumatore lo spirito della nascita della bottiglia in questione, esprimere la filosofia che ha mosso l’azienda per produrla, oltre al ruolo più importante che è quello di fornire indicazioni sulla natura e le caratteristiche peculiari del vino.

Tutti voi sapete bene che vini provenienti dalla stessa area ma nati da produttori diversi, la cui produzione è regolata dalle medesime leggi, hanno indiscutibilmente livelli di qualità molto differenti fra loro, un’etichetta non potrà mai garantire del tutto al consumatore l’informazione sulla reale ed effettiva qualità del vino,  solo l’assaggio potrà determinarlo, ma certamente per chi non è sprovveduto la giusta etichetta dà esattamente l’idea del prodotto che vi si troverà dentro. A questo proposito qualche tempo fa ho ricevuto da una importantissima società di marketing e comunicazione i numeri di una interessante ricerca sulle etichette del vino:

- Il 78% delle cantine intervistate afferma che è importantissimo per un’etichetta uscire fuori dalla massa quando è su uno scaffale

- Il 60% afferma che è molto importante che l’etichetta comunichi la qualità del vino

- Il 55% afferma che è molto importante che l’etichetta imponga forza al nome e al brand

- il 42% afferma che è molto importante che l’etichetta dia un certo impatto emotivo al consumatore

- il 40% afferma che è molto importante che l’etichetta dia un certo impatto emotivo al buyer e ai commercianti. Tutti i cinque punti sono assolutamente da condividere, ma il secondo è quello vincente, se centrato mostra la serietà, la competenza ed il lavoro ottimale di un’azienda.

Mi piace mettere in evidenza un altro problema, sarebbe ora che i produttori più attenti utilizzassero l’etichetta per mettere in evidenza i propri comportamenti agronomici ed enologici per distinguere i propri vini veri da quelli ottenuti con processi industriali, processi enologici elaborati ed additivi che snaturano il prodotto finale. L’unica dicitura obbligatoria in etichetta che menzioni gli ingredienti riguarda i solfiti: i vini con un contenuto d’anidride solforosa al di sopra dei 10 mg/kg o 10 mg/l devono portare in etichetta la scritta “contiene solfiti”. Dovrebbero essere rese obbligatorie avvertenze riguardanti la presenza d’albumina e lisozima (proteine delle uova che possono essere utilizzate per le chiarifiche) oppure caseina (proteina del latte), sostanze cui molte persone sono allergiche. Credo sia arrivato il momento di un’etichetta trasparente che contenga indicazioni su tutti gli ingredienti del vino, che dia merito a chi lavora al meglio.

camera grande borsinoDopo quattro mesi di programmazione la trasmissione TV ”Il Borsino del Vino” che conduco insieme all’amico Filippo Barbiera si concede la pausa estiva.  Le prime dodici puntate hanno messo in evidenza una nuova forma di comunicazione del vino siciliano (vedi il l’articolo al link), una comunicazione precisa e mirata in grado di interessare attraverso il mezzo televisivo sia esperti sia neofiti, approfondendo in ogni puntata i vitigni che compongono i due vini proposti,  dando inoltre  il suggerimento dell’abbinamento di ogni vino con il piatto ideale.

Ecco l’ultima puntata andata in onda il 31 luglio nel rinnovato studio:

 

A Settembre rimprenderà la programmazione con interessanti novità, aspettiamo suggerimenti e proposte.

Tutte le puntate del Borsino del Vino al link: luigisalvoilmondodelvino

Link Giapponese del Borsinio del Vino:  MICKOY TV

doc sicilia blogSi è svolto a Palermo nella sala gialla di Palazzo dei Normanni l’incontro tra i vertici dell’Assessorato agricoltura, dell’Istituto della vite e del vino ed i produttori per dibattere sulle modalità d’attuazione della tribolata generica DOC Sicilia, alcuni si, alcuni no, molte le perplessità.

WINE REALITY Web Tv ha raccolto le opinioni di alcuni dei presenti: il Presidente dell’Istituto della Vite e del Vino Leonardo Agueci, il Presidente del Consorzio di Tutela della Doc Monreale Mirella Tamburello, Renato Di Lorenzo dell’azienda agricola Feudo Disisa, Andrea Vesco dell’azienda agricola Rallo, Rosario Farulla della cantina del Gattopardo, Luciano Parrinello enologo e giudice di concorsi enologici internazionali e Filippo Barbiera autore e conduttore di programmi Tv sul vino. 

 

 

Nel corso di questo incontro il problema che è emerso in maniera preponderante è stato, senza alcun dubbio, la possibilità che nella normativa della Doc si faccia esplicita permissività all’imbottigliamento fuori regione. Tutti quei produttori che da tempo si sono impegnati  in un percorso di qualità e di caratterizzazione dei propri prodotti sono assolutamente contrari. Sintomatiche invece, a tal proposito, le parole del Direttore dell’Istituto Vite e Vino Dario Cartabellotta: “Ci troviamo difronte ad una nuova realtà, le organizzazioni comuni di mercato aprono la possibilità di fare promozione nei paesi non europei. Il vino siciliano è all’inizio di una nuova fase e la Doc deve essere vista come uno strumento a servizio dei produttori”.

Marilena Barbera delle Cantine Barbera di Menfi ha espresso in maniera netta la sua posizione che riflette quella di tanti altri: “Non sono d’accordo con l’istituzione della Doc Sicilia, le si chiedono due miracoli: risolvere i problemi del mercato e quelli della cooperazione. Le piccole aziende devono chiedere una Doc più forte della Igt, mentre adesso sono troppo pochi i paletti posti nel disciplinare della nuova grande denominazione unica. È come se uno stesso prodotto venisse vestito in modo diverso,  i consumatori non sono per nulla stupidi”.

E’ tutto ancora in alto mare.

liguria da bere blogLa quarta edizione della rassegna “Liguria da bere” si è svolta da venerdì 26 a domenica 28 Giugno a La Spezia, promossa congiuntamente da Regione Liguria, Unione Camere Liguria, Camera di Commercio di La Spezia, Provincia di La Spezia, Agenzia regionale “inLiguria” e dall’Enoteca Pubblica della Liguria e della Lunigiana, per proporre e promuovere le DOC e le IGT della Liguria e mettere in evidenza svariati prodotti tipici liguri. Tra gli eventi collaterali della manifestazione si sono svolte una serie di interessanti degustazioni di vini liguri sulla terrazza del museo CAMEC di La Spezia presentate dal vicepresidente nazionale AIS Antonello Maietta.

Nell’ambito di questa manifestazione sono stato invitato a partecipare insieme ad altri sei colleghi giornalisti (gli italiani Franco Ziliani ed Alessandro Franceschini e le straniere Uta Petersen, Sigrid De Zwart, Lauren Smith e Anna Dunlop) ad un tour nei vari territori della Liguria, un giro per vigneti e cantine di questa bellissima regione: dallo splendido scenario delle Cinque Terre con le piccole cantine di Riomaggiore al comprensorio della Doc Colli di Luni, fino alla Val Nervia in provincia di Imperia con i vigneti di Rossese di Dolceacqua. Ottimo padrone di casa l’amico Antonello Maietta, ottimamente collaborato da Marco Rezzano.

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Mi è piaciuto moltissimo toccare con mano la realtà delle Cinque Terre, in cui tra gli altri si produce lo Sciacchetrà uno dei vini passiti più di nicchia del nostro paese, da uve delle varietà Bosco, Albarola e Vermentino, vitigni allevati nei terrazzamenti situati a ridosso della costa, uno scenario spettacolare creato con il duro lavoro dell’uomo e che ancora oggi è difficile da mantenere. L’uva dopo essere stata raccolta viene lasciata appassire sino a Novembre inoltrato su appositi graticci al riparo dall’esposizione diretta del sole. Sono salito sulla monorotaia che si inerpica sino in quota passando appena sopra ai vigneti e che consente, oggi, di alleviare parzialmente le fatiche di questa viticoltura così difficile. Lo spettacolo naturale che si apre all’orizzonte dai 500 mt. s.l.m. è straordinario, con il netto contrasto di colore tra il verde della vigna ed il blu del mare. Ho realizzato due servizi video:

WINE REALITY Web Tv: I pendii delle Cinque Terre, approfondimento sulla realtà enologica ligure e sul prodotto unico di questo territorio il vino dolce Sciacchetrà delle Cinque Terre.

 

 

Mi ha particolarmente affascinato il territorio di Dolceacqua nel quale si produce il Rossese, vino  elegante e dalla chiara riconoscibilità. Data l’esiguità della produzione le bottiglie di Rossese di Dolceacqua sono reperibili quasi esclusivamente in zona. Per le sue caratteristiche ricorda per certi versi il Pinot Nero, le richieste del mercato si orientano ad un prodotto giovane, leggero, da consumare nell’arco dei tre anni, le migliori selezioni vengono affinate con un medio o lungo invecchiamento reggendo egregiamente bene il tempo, infatti degustazioni verticali a ritroso sino ad oltre quindici anni dalla vendemmia hanno evidenziato ottimi stati di forma dei vini. 

WINE REALITY Web Tv: Approfondimento sulla realtà enologica ligure, il vino rosso più rappresentativo della regione il Rossese di Dolceacqua e la Doc Colli di Luni, con interviste ai produttori.

 

 

I tasting dei vini liguri sono stati molto interessanti in un susseguirsi di vitigni e territori variegati.

Per i vini liguri il futuro è rosa
Quattro giovani vignaiole di Liguria raccontano le loro storie attraverso il vino più significativo realizzato dalla loro azienda.

Laura Angelini dell’Azienda Agricola La Pietra del Focolare di Ortonovo Colli di Luni Vermentino “Solarancio” 2008: l’azienda produce ben quattro vini da uve Vermentino in purezza proposti con tipologie differenti, il Solarancio mi è sembrato particolarmente elegante e solare, ricco al naso ed in bocca di frutta e freschezza.

Francesca Bruna dell’Azienda Agricola Bruna di Ranzo Riviera Ligure di Ponente Pigato “U Bacan” 2007: il vitigno Pigato prende il nome dal termine dialettale ligure (in particolare d’Albenga) “pigau” o “pigou”, per le sue piccole macchie di colore marrone ruggine presenti sull’acino, chiamate appunto “pighe”. Nel bicchiere mostra sentori olfattivi tipici del vitigno, pesca ed albicocca mature, note di salvia è piacevole nella sua bocca sapida e di lunghezza.

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Giovanna Maccario dell’Azienda Agricola Maccario Dringenberg di San Biagio della Cima Rossese di Dolceacqua Superiore “Vigneto Luvaira” 2007: i sentori di ridotto che a volte sono presenti nel Rossese qui non si avvertono affatto, vino di grande eleganza e spessore mi colpisce per il suo accattivante colore rubino trasparente, la profonda leggiadria dei sentori olfattivi ed in bocca per l’acidità, la salinità e la piena piacevolezza di beva.

Antonella Pino dell’Azienda Agricola Pino Gino di Castiglione Chiavarese Golfo del Tigullio Moscato 2008: questo vino effonde al naso note agrumate e di salvia, alla beva è di gran dolcezza manca un po’ di freschezza.

 

Quei vini di montagna che respirano il mare
Quattro produttori presentano  vini liguri provenienti da vigneti collocati in aree a forte pendenza, realizzata in collaborazione con il Centro Ricerche Vini di Montagna di Aosta. 

Giulio Federici della Cantina La Baia del Sole di Ortonovo Colli di Luni Vermentino “Vigneto Sarticola” 2008: proprio bello questo Vermentino proveniente dalla zona di gran qualità per il vitigno, ovvero il comprensorio di Sarticola. Nel bicchiere ritrovo profumi eleganti di frutta e mineralità, in bocca è corposo di freschezza e lunga chiusura minerale. Vino dal grande potenziale evolutivo

Alessandro Anfosso della Tenuta Anfosso di Soldano Rossese di Dolceacqua “Vigneto Poggio Pini” 2007: l’azienda che fa parte dell’associazione vigne storiche del territorio produce questo Rossese dal colore rubino scarico e trasparente, all’olfatto dona sentori di frutti bosco, ribes, note di macchia mediterranea e cannella. In bocca è di volume con tannino non aggressivo e persiste di freschezza. Affascinante

Marco Temesio della Cascina Nirasca di Pieve di Teco Ormeasco di Pornassio Superiore 2007: la cantina è posta a 500 mt di altitudine ma i vigneti arrivano a 750 mt s.l.m. dal vitigno Ormesco dopo affinamento di 4 mesi in legno viene fuori un vino dal naso ancora vinoso, ricco di frutta e freschezza,con sentori di viola, fragola e liquirizia. La beva è opulenta. 

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Heydi Bonanini dell’Azienda Agricola Possa di Riomaggiore Cinque Terre Sciacchetrà 2007: ho visitato la sua cantina a  Riomaggiore (vedi la sua intervista nel video sullo Sciacchetrà), produce uno Sciacchetrà di gran livello, l’uva Bosco è raccolta rispetto all’Albarola ed al Vermentino a perfetta maturazione, quindi non tardiva. Le uve appassiscono per poco meno di tre mesi sui graticci posti in un locale areato, diraspate manualmente subiscono una macerazione di circa 28 giorni sulle bucce. Nel bicchiere ha color mogano, l’impatto olfattivo è variegato, và dalla frutta secca, datteri, nocciola, fichi secchi, al cedro candito, fino alla macchia mediterranea. Al gusto si mostra di pienezza, freschezza e di lunga persistenza di dolcezza e mineralità. 

 

Rosso di sera buon vino si spera! 
Ma è proprio così vero che la Liguria è terra da vini bianchi?. Quattro produttori presentano i grandi vini rossi del territorio.

Massimo Alessandri dell’Azienda Agricola Alessandri di Ranzo Ligustico 2007: composto da Syrah e Granache ha un bel naso di frutta con note speziate e balsamiche, in bocca è di buona espressione calorica, con freschezza e sapidità in un finale leggermente amarognolo.

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Tommaso Lupi dell’Azienda Agricola Lupi di Pieve di Teco Ormeasco di Pornassio Superiore “Le Braje” 2006: questo Ormeasco è prodotto in acciaio per il 70% il restante 30% in tonneaux. Bel rubino profondo, sprigiona piacevoli sentori di mora e ribes speziati, in bocca è fresco con un vivo tannino asciugante. Ho cenato a Genova dal mitico Zeffirino ed alle prelibate pietanze a base di pesce ho abbinato il Vignamare 2003 di Tommaso Lupi, gran bel vino.

Andrea Kihlgren dell’Azienda Agricola Santa Caterina di Sarzana Ghiaretolo 2006: è un Merlot che passa per un anno in tonneaux da 350 lt. Nel bicchiere è di spessore ed ha colore rubino scuro, naso poliedrico di frutta, spezie e sentori minerali. Al palato è pieno ed ha una buona fresca persistenza.

Walter De Battè dell’Azienda Agricola Prima Terra di Riomaggiore Cericò 2005: da uve Geanache coltivate a 500 mt s.l.m. su terreno scistoso-sabbioso, il vino affina per  il 50% in tonneaux e 50% in acciaio. Imbottigliato non filtrato, mostra al naso particolari sentori di frutta rossa, macchia mediterranea, rosmarino e importanti note balsamiche. Al gusto si caratterizza per freschezza e mineralità.

 

Passiti che passione! Il sole di mezzanotte!
Quattro grandi vini passiti del territorio, caldi, solari e mediterranei.

Andrea Marcesini dell’Azienda Agricola La Felce di Ortonovo Golfo dei Poeti Passito Bianco “139” 2007: vino del tutto particolare da uve Malvasia ed Albana passite sui graticci è affinato in damigiana. Nel bicchiere è ambra con riflessi dorati, all’olfatto è di gran fascino, albicocca disidratata ed agrumi in quantità. Alla beva la dolcezza è mitigata dalla freschezza e da note astringenti.

Gianni De Franchi della Cooperativa Agricoltori Vallata di Levanto Golfo dei Poeti Passito Bianco 2005: da uve Albarola, Vermentino e Bosco in appassimento naturale su telai ed in cassette. Colore dorato lucente, floreale di acacia, miele, in bocca è fresco con appena accennate note minerali.

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Giacomo Cappellini dell’Azienda Agricola Forlini Cappellini di Manarola Cinque Terre Sciacchetrà Riserva 2003: costituito prevalentemente da uve Bosco con piccole percentuali di Vermentino ed Albarola, si mostra dal colore mogano, ha naso concentrato di nocciola tostata, fichi secchi, dattero, all’assaggio è di piacevole dolcezza.

Luciano Capellini della Casata dei Beghée di Volastra “Vin de Gussa”: è un vino della tradizione, ottenuto dalle bucce del Cinque Terre Doc più volte torchiate. Non può riportare annata in etichetta, all’olfatto è semplice ma pulito, in bocca effonde sensazioni di dolcezza è astringente ed amaricante.

Per guardare le altre foto vai sul portale luigisalvoilmondodelvino.it

doc sicilia 2Nel Maggio del 1999 nel capitolo introduttivo della Guida che pubblicai con il titolo ”I migliori Vini di Sicilia”  feci menzione di un’idea che allora iniziava a paventarsi, l’istituzione di una generica DOC Sicilia e nel Novembre del 2001 scrissi un articolo per il portale Tigulliovino dal titolo “Sicilia nuova frontiera del vino di qualità”, il pezzo dopo avere descritto con dovizia la Sicilia enologica terminava in questo modo: “Da qualche anno è in progetto la creazione di una grande D.O.C. Sicilia, allo scopo di poter meglio accreditare la produzione vinicola siciliana, che ha nobili tradizioni e guarda al futuro, facendole conquistare sempre più ampi spazi di mercato e valorizzandola ancora di più nel panorama enologico mondiale. La DOC Sicilia potrebbe essere utile a questi scopi,  personalmente non credo, il percorso è comunque iniziato”.  Era il 2001 e la trovata della DOC Sicilia era già in cantiere, si legga bene, “da qualche anno!!!”.  Nel 2009, quest’ idea che preciso subito non vedo per niente di buon occhio,  a distanza di ben oltre dieci anni è ancora allo stadio di discussione. Si disquisisce ancora, ed ai più non è chiaro, se realmente la DOC Sicilia possa essere utile o meno a portare nuove fette di mercato, in buona sostanza, a vendere tutto quel vino (di scarsa qualità) che rimane invenduto nelle cantine isolane.

L’iter di questa ormai famosa DOC “calderone” all’interno della quale dovrebbe trovare posto di tutto un po’,  ha subìto una spinta ai primi di Dicembre del 2008, quando l’assessore regionale all’Agricoltura, Giovanni La Via, nel corso di un incontro con i rappresentanti di Assovini Sicilia, dell’Istituto Regionale della Vite e del Vino, del mondo cooperativo e delle organizzazioni di categoria, ha proposto loro il marchio unico sul territorio regionale, la Doc Sicilia appunto, che secondo l’assessorato è in grado di differenziare e tutelare i vini Siciliani sui mercati nazionali e internazionali con l’utilizzo del “brand Sicilia”. Al primo incontro si sono susseguite una serie di riunioni e l’accordo che sembrava essere stato raggiunto tra tutte le parti interessate, ovvero mondo della cooperazione e aziende private ad oggi è tutt’altro che sancito. L’ultimo incredibile compromesso  raggiunto prevedeva una Doc Sicilia allargata a chiunque ne facesse richiesta, anche fuori regione, in modo da non ledere gli interessi delle cantine sociali che sulla vendita del vino sfuso basano la maggior parte del proprio guadagno. Questa posizione era emersa nel corso dell’ultimo ”conclave”  svoltosi al Museo Civico di Gibellina, tra i rappresentanti delle cantine sociali, fra i quali Dino Taschetta della Colomba Bianca e Nino Inzirillo dell’Alto Belìce, produttori privati quali Giacomo Rallo di Donnafugata e Diego Planeta presidente di Assovini, tecnici con il presidente di Assoenologi Carlo Ferracane, istituzioni con il dirigente dell’assessorato regionale Agricoltura Giuseppe Bursi, ed il direttore dell’Istituto Regionale della Vite e del Vino Dario Cartabellotta, posizione che sembrava già concordata, sulla quale però alcuni dei presenti hanno espresso delle perplessità, altri netta contrarietà.  A questo punto, dato lo stato di confusione generale, la DOC Sicilia ha tempo per essere decisa e formulata sino al 31 luglio di quest’anno, se entro questa data, la Sicilia non formalizzerà le proprie richieste con il sì del 66% dei produttori dell’Isola, l’idea si sgonfierà definitivamente.

Sin dal primo momento, una decina di anni fa, la possibilità della creazione di una generica DOC Sicilia mi ha assolutamente lasciato perplesso, non credo sia lo strumento più corretto per ottenere gli scopi che ci si vuol prefiggere. Il concetto di Denominazione d’origine controllata esprime il nome geografico di una ristretta zona viticola particolarmente vocata con particolari caratteristiche di “terroir”. Con il termine “terroir” s’intende la perfetta interazione tra le condizioni climatiche della singola zona, le caratteristiche pedologiche locali ed il comportamento del vitigno coltivato in quell’ambiente. Per spiegarlo in maniera più estesa le caratteristiche morfologiche della zona di coltivazione, montuosa, collinare o pianeggiante, l’esposizione alla luce, la presenza di laghi o fiumi, la composizione del suolo, l’importante incidenza delle escursioni termiche durante la giornata sulla qualità delle uve, ecc., tutti questi parametri sono fondamentali per la caratterizzazione di un vino e della DOC di riferimento.

Il terroir, d’altronde, è il fondamento delle direttive europee riguardo le Denominazioni d’Origine, che hanno lo scopo di indicare la provenienza dei vigneti dai quali nasce il vino DOC, questi vigneti devono essere regolarmente iscritti all’albo della zona indicata. Tutto quanto riassunto è decisamente in contraddizione con la creazione di una generica DOC Sicilia, la quale proprio perché comprenderebbe l’intero territorio di una regione non potrebbe certamente esprimere le caratteristiche che danno vita alla Denominazione d’Origine. La Sicilia è un continente vinicolo, si vendemmia dai primi di Agosto nelle zone calde ed assolate del trapanese, fino a fine Novembre nelle zone più alte e fredde dell’Etna,  il consumatore medio non ha certamente l’anello al naso, si è evoluto ed a mio modo di vedere  una generica DOC Sicilia non sarebbe sicuramente l’optimum.

Qualche mese fa in maniera nettamente sfavorevole si era già espressa l’Assoenologi Sicilia in questi 12 punti ,alcuni dei quali personalmente sottoscrivo in pieno:             

1. Non è chiaro chi sono i soggetti che si avvantaggerebbero con la Doc Sicilia. Sicuramente poche aziende, al massimo 6 o 7, con esclusione di molti altre, compreso le Cantine Sociali, che non hanno un mercato consolidato e che comunque, in ogni modo, stanno facendo innumerevoli sforzi per il posizionamento

2. Sarebbe opportuno proporre una DOC regionale ma dal nome TRINACRIA, lasciando così in vita l’I.G.T. Sicilia, che ha un proprio mercato (i maggiori produttori di vino I.G.T. Sicilia sono le cantine Sociali che detengono l’80 % della produzione regionale, non solo come uve ma come prodotto regolarmente classificato I.G.T., oltre a vini da tavola generici)

3. L’attuazione e la nascita di un eventuale consorzio di tutela e di controllo della DOC SICILIA, richiederebbe tempi molto lunghi, dal momento che anche le Camere di Commercio sono lente nel rilascio delle certificazioni e di rivendicazioni del prodotto I.G.T e vista la scarsa efficienza dei consorzi esistenti in Sicilia

4. Leggendo attentamente il disciplinare di produzione della DOC SICILIA, preparato dall’Assessorato Regionale all’Agricoltura, si evince, che è stato redatto in modo superficiale da persone fuori dal contesto produttivo. Non sono citati, ad esempio, i “vitigni minori”, sia bianchi sia rossi e “non si specificano quali sono le varietà aromatiche”, includendo nella singola voce erroneamente le varietà insolia, grillo, chardonnay e fiano, “che non sono aromatiche”, ed inoltre manca la dizione “passito ottenuto da uve rosse” e la citazione delle uve stesse

5. Sarebbe opportuno darsi un lasso di tempo di 10 anni affinché si possa spingere una qualificazione del prodotto regionale, sia esso ad IGT e sia le per 22 DOC già esistenti, (escludendo la DOCG Cerasuolo di Vittoria) verso una nuova e ulteriore qualificazione del prodotto, innalzando l’attuale soglia di confezionato dall’attuale 15%, al 25 – 30%

6. Gli attuali imbottigliatori dell’Italia settentrionale, che comprano in Sicilia e che confezionano nel territorio regionale potrebbero non essere più interessati ad acquistare vini ad I.G.T. Sicilia, ciò causerebbe la fine della commercializzazione di vini acquistati presso le Cantine isolane, che al momento producono oltre un milione di ettolitri di vino ad I.G.T. Sicilia. Ci si chiede a questo punto: a chi gioverebbe il fallimento del mondo cooperativistico in Sicilia, senza perseguire più i principi di sussidiarietà, assistenziale e di mutualità?

7. Bisognerebbe puntare sul “brand istituzionale – Sicilia”, che dovrebbe essere di proprietà della Regione (es. grappolo, isola etc.) riportando questo bollino sulle etichette di tutta la produzione vinosa

8. La regione attraverso i P.S.R. dovrebbe attivarsi immediatamente a spingere le cantine sociali verso gli “accorpamenti”, per la creazione di grossi poli di commercializzazione, in grado di sostenere ed affrontare i processi di posizionamento e di qualificazione del prodotto siciliano, competendo con altri poli del nord Italia, europei e mondiali

9. La Regione Sicilia deve attuare piani di valorizzazione e di promozione delle produzioni vitivinicole, attraverso delle campagne promozionali mirate in tutto il mondo, utilizzando i fondi Comunitari, che in ultima analisi significherebbe perseguire “non la politica dei prezzi”, ma la politica del “brand territoriale”, legando il marchio al “territorio di produzione” individuato e circoscritto

10. Il marchio o brand Istituzionale non potrà essere utilizzato da aziende operanti in territorio diverso dalla regione Sicilia, ma che comunque potranno acquistare e vendere il vino a I.G.T. Sicilia

11. I nostri viticoltori, qualora verrebbe ad essere attuata la Doc Sicilia, sarebbero testimoni inconsapevoli di una “debacle” e della mortificazione della propria dignità di viticoltori, lasciando a pochi il compito di segnare il proprio destino e quindi la scomparsa della viticoltura siciliana a vantaggio di un corpuscolo di aziende, che al momento hanno un mercato consolidato, ciò significherebbe quindi, la fine delle Denominazione d’origine, come già avvenuto in passato per il “Marsala”

12. L’attuale I.G.T. Sicilia andrebbe modificata, includendo la possibilità di riportare in etichetta almeno “quattro varietà” di uve anziché “due” come attualmente disciplinato dal decreto del Ministero delle Risorse Agricole del 10.10.1995 modificato dal D.M del 24 marzo 1997

Il presidente di Assovini Diego Planeta ha preso posizione favorevole alla nascita della DOC Sicilia ed ha inviato a tutte le aziende socie una lettera nella quale riassume i punti che giustificano l”istituzione della DOC: 1) Poter  avere accesso ai fondi europei Ocm tramite la creazione di un Consorzio di Tutela e fare azioni di promozione territoriale forti ed efficaci sulla Doc Sicilia
2). Protezione del marchio “Sicilia” 3) Fare crescere la categoria dei vini Siciliani nel suo valore percepito: i piccoli e singoli produttori potranno sfruttare nel mercato il brand Doc Sicilia senza dover impiegare somme importanti per affermare i loro singoli marchi, contribuendo inoltre a fare “sistema” tra le aziende 4) La possibilità di valorizzare meglio i singoli territori (zone di eccellenza) con l’inserimento in etichetta del  brand Sicilia accanto ai nomi delle attuali Doc (Doc Sicilia Delia Nivolelli, Doc Sicilia Contessa Entellina). Le Doc con le denominazioni  più conosciute  potranno mantenere la loro denominazione attuale se lo vorranno 5) La possibilità di controllare meglio i dati di produzioni con l’inserimento delle fascette. Scoraggiando quindi eventuali imbottigliatori senza scrupoli 6) Migliore controllo sui  vigneti e sulle produzioni che vorranno rivendicare la Doc 7) Ovviare ai riflessi negativi delle nuove norme sull’etichettatura e di una eventuale Igt Italia

Il nodo fondamentale resta la possibilità dell’imbottigliamento fuori regione, una scelta che tanti non gradiscono, la stesura dell’ultimo disciplinare in ordine di tempo prevede che chiunque abbia imbottigliato Igt Sicilia fuori dal tettitorio regionale per almeno due anni, anche non consecutivi, negli otto anni precedenti all’entrata in vigore della DOC sicilia, potrà godere di una deroga di 5 anni (prorogabili) “che consenta loro di continuare l’imbottigliamento fuori zona di produzione. Che dire, per chi come me non fa altro che testare migliaia di vini all’anno, la qualità e la piacevolezza sono gli elementi che in un vino sono assolutamente da ricercare, caratteristiche che certamente la Doc Sicilia non sarebbe in grado di garantire, anzi direi esattamente il contrario, per cui come scrissi oltre dieci anni fa ribadisco il concetto (copio ed incollo) “La grande D.O.C. Sicilia avrebbe lo scopo di poter meglio accreditare la produzione vinicola siciliana, facendole conquistare sempre più ampi spazi di mercato e valorizzandola ancora di più nel panorama enologico mondiale. La DOC Sicilia potrebbe essere utile a questi scopi,  personalmente non credo”.

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